Desert Challenge Libia 2004
con Edi Orioli

Produzione: AGB Studio Video ed. 2004

Il team: Edi Orioli; Piero Batini, giornalista; Alessandro Beltrame, autore - cameraman; Orazio Truglio, fotografo; Carlo Peano, dottore.

Ritorno al passato, di Edi Orioli (versione integrale www.ediorioli.com)

Perché Desert Challenge? Non lo so più nemmeno io. All’inizio l’idea era quella di ricreare l’atmosfera di una sfida, la sfida ai Deserti della Terra. Ma col tempo e con i Desert Challenge mi sono accorto che non esistono sfide reali se non dentro di noi. Ognuno di noi si misura con i propri limiti, e nel superamento di questi cerca il miglioramento. Ma c’è modo e modo di avvicinarsi ai confini dell’io, e probabilmente sfidarsi è il modo meno reale, e meno costruttivo, poiché può risultare invece, che ci si avvicini pericolosamente al rischio. Il rischio l’ho conosciuto e corso mille volte, in corsa per una vittoria, nei 20 anni di Rally africani che sono stati la mia vita. Volevo tornare nei luoghi che erano stati il teatro delle mia battaglie, ma volevo soprattutto attraversare quei luoghi senza dare l’impressione di scappare, seppure spinto dalla foga e dalle leggi delle competizioni a cui sottostavo. Volevo, desideravo vivere quegli stessi luoghi con il loro ritmo, senza imporre il mio, a sua volta imposto dalle circostanze che spingono il pilota nella sua attività agonistica. I deserti sono sempre luoghi un po’ delicati, e la retorica delle vicende che vi si svolgono si è ben presto impadronita del termine “sfida” per indicare il modo con cui ci si avvicinava all’immenso, allo sconosciuto, al Deserto, appunto. Così, senza soluzione di continuità sono nati i Desert Challenge. Ho cominciato con il Ténéré, il deserto dei deserti, poi è stata la volta dell’Atacama, in Cile, poi del Gobi in Mongolia, ed infine dell’attraversamento Ovest Est del continente asiatico sulle rotte delle leggendaria Transiberiana. Di ciascuna di queste avventure è rimasto il nome, Desert Challenge, ma via via che la storia di queste spedizioni si è arricchita di nuovi episodi, anche la fisionomia, direi la filosofia, è mutata, o meglio maturata. Oggi i miei Desert Challenge sono principalmente dei viaggi. Complessi, lunghi e mai scontati, ma condensano in sè il mio istinto primordiale, quello cioè di vivere l’avventura del viaggiatore, dell’esploratore, del viaggiatore e del suo diario di viaggio. Che è poi quello che mi ha spinto a correre in Africa. Il parallelo con le corse vive sempre, suscitato dal fatto che in più occasione i Desert Challenge percorrono le stesse vie delle mie corse, ma è cambiato profondamente lo spirito, adesso e sempre più vicino ai ritmi della vita dei luoghi che visito. Desert Challenge Libia 2004 non fa eccezione. E’ stato un viaggio bellissimo, non facile ma ben lontano dalla sfida che ha animato il progetto originale dei Desert Challenge. E come i precedenti è servito soprattutto per produrre un reportage di viaggio. Con qualcosa di più, di introspettivo. Sono partito, questa volta, da casa mia, can la mia moto, quella che sta nel mio garage. L’ho preparata come si fa a diciott’anni, quando si decide di fare un viaggio indimenticabile. Con cura, con attenzione in modo che potesse essere pronta ad una lunga trasferta, in piena sicurezza. Allo stesso modo ho preparato i mille dettagli di un viaggio del genere, soprattutto la lunga fase organizzativa, immancabilmente rallentata dalla burocrazia: in questo caso, inviti, visti (per me e per gli altri componenti della spedizione), itinerari, contatti in loco per garantirmi l’assistenza di una guida all’altezza della situazione. Si è pressoché obbligati a farlo, ma non me ne sono lamentato mai. Mi dico sempre che una guida competente è principalmente una persona in grado di farmi calare rapidamente in una Nazione dalla cultura e dalle tradizioni molto diverse dalla nostra. E’ stato così, ed ho avuto fortuna ad incontrare Abdelohaba Marami, che ci ha accompagnato in tutto il nostro viaggio. Ho attraversato in un lampo l’Italia del Nord, poi, il Mediterraneo e l’intera Tunisia, fino a Djerba, ultimo “avamposto” per un viaggio in Libia via terra. La mattina del 5 maggio ho attraversato la frontiera, dopo uno stillicidio di inutili attese, e poi mi sono fiondato a Tripoli, ho preso possesso della mia camera d’albergo e mi sono preparato a catapultarmi nel profondo Sud del Deserto Libico, destinazione il Fezzan, la regione più meridionale, “incastrata” tra Tunisia, Algeria e Niger. La formula del viaggio ha rispecchiato fedelmente gli altri Desert Challenge. L’equipaggio della mia assistenza, composto da un giornalista, un fotografo ed un video regista, da una parte, su una rotta indipendente, ed io dall’altra, libero di scegliere, con la moto, la pista e le strade all’ultimo momento. Appuntamento, di giorno in giorno, nei punti ritenuti “cospicui” del viaggio. Il primo è stato Leptis Magna, sulla costa, a 120 km dalla Capitale. Impressionante. La città romana più importante d’Africa è stata dapprima abbandonata, intorno al 600 dopo Cristo, ed è rimasta sepolta e dimenticata sotto la sabbia fino al secolo scorso. E’ tornata alla luce conservata in un modo stupefacente. Ed è una esperienza maestosa, vivida, indimenticabile se solo ci si sofferma a pensare a tutto quello che si vede e che è stato duemila anni fa. Rientro a Tripoli e sono pronto. Per prima cosa c’è da raggiungere Sabha, l’ultima città “vera” (anche se bruttina). 750 chilometri di asfalto dritto come un fuso, con un paesaggio che sembra quello dei cartoni animati, vale a dire la rotazione ripetitiva di un unico scenario. Ma bisogna farlo, non si può arrivare in aereo. La strada serve per “acclimatarsi” e per rallentare il ritmo cardiaco e delle emozioni: per essere pronti ad affrontare il viaggio alla scoperta del Deserto Libico vero e proprio. Tappa a Ghat, insieme a Gadhames una delle città della storia carovaniera. E come quella da tempo privata della sua principale risorsa, con la fine del traffico del sale, delle spezie e degli schiavi attraverso il Ténéré. Resta l’imponenza appassita del fulgore perduto, testimoniato dalle linee morbide di una architettura a suo modo, ed a suo tempo, opulenta. L’obiettivo primario resta comunque l’Akakus, una vallata longitudinale compresa grosso modo tra il confine Algerino, ad Ovest , e l’oceano di dune del Murzuk, centinaia di chilometri di onde di sabbia. L’Akakus è caratteristico, ed andarvi anche una sola volta significa imprimerselo per sempre nella memoria. Le sue rocce erose dal vento e dalle antiche piogge si presentano ora in sculture dai disegni incredibili, come l’arco di Fozzigiaren che ne è un po’ l’emblema. Si fa fatica ad avanzare. Fa molto caldo, ed ogni occasione sembra quella giusta per una sosta. Un pozzo, più o meno esattamente in mezzo a questa vallata lunga 150 km e larga 30, ne è anche il centro della tela di piste che si irradiano da questa insperata sorgente di vita. E pochi chilometri più a Ovest vive, in una capanna, un ottuagenario che è una specie di emblema dell’Akakus. La famiglia di M’gara vive qui da non so quante generazioni, ed è difficile capire perchè lo farà ancora chissà per quante. E’ anche il simbolo dell’autorità della famiglia sul territorio, e del capofamiglia sul resto della piccolissima comunità, composta dal figlio e dai nipoti. Verso sera, come sempre, tutta la spedizione si riunisce, percorrendo gli ultimi chilometri della giornata insieme, alla ricerca del posto giusto per installare il piccolo bivacco. E’ diventato quasi un rito: la moderna carovana procede lentamente, zigzagando tra i sassi, raccogliendo la poca legna dei pochi alberi che il deserto ha asciugato, seccato. Ci servirà per accendere il fuoco, sotto la cui fiamma, sepolto nella sabbia arroventata, cociamo il pane, come nella più antica tradizione carovaniera. Il sole tramonta da una parte, dipingendo di rosso il cielo che, immancabilmente, promette una quantità inimmaginabile di stelle. Nel deserto, forse a causa del vento in quota, la luminosità dell’arco celeste è incredibile, lascia senza parole, e tutti quanti, attorno al fuoco, stanchi ma, come si dice, felici, ci scambiamo le ultime impressioni generate dalle emozioni dell’Akakus. All’alba si è di nuovo in marcia. L’appuntamento che do ai miei compagni è alle porte della Ramla Dawada, ed il perchè è chiarissimo: l’obiettivo finale del Desert Challenge 2004 è quello di raggiungere un piccolo gruppo di laghi, per lo più salati, che sappiamo essere ubicato in questa area. Quando arrivo al punto cruciale ho una lieve flessione, come una titubanza. Il mare di sabbia di fronte a me incute un certo timore. La sabbia è molle, scaldata per tutta la giornata da questo sole implacabile. La mia moto, nata soprattutto per gli spostamenti su asfalto, non è certo l’ideale. Ma che devo fare? Essere arrivato sin qui, “vedere” i laghi sul piccolo schermo del GPS, e rinunciare non sarebbe ne giusto ne congeniale al mio spirito. Ed infatti vado, con la temperatura del liquido di raffreddamento della mia BMW che sale immediatamente, l’ago che si installa sulla soglia del pericolo. Vado avanti, “pelando” l’acceleratore, risparmiando il risparmiabile. Mi fermo e lascio raffreddare, riparto, mi fermo nuovamente. Per fortuna sono pochi chilometri, e ho tutto il resto del pomeriggio davanti a me per compiere la “missione”. Finalmente arrivo sulle rive del Mandara, ma lo specchio d’acqua è secco, solo una crosta di sale che denuncia la forma del lago, ed un villaggio touareg abbandonato da anni. Poco male, il colpo d’occhio è eccezionale comunque, ed è anche vagamente rassicurante. E’ difficile credere, infatti, che in mezzo al deserto di sabbia possa vivere un lago. Ma è proprio così. Pochi km ancora ed ecco il Oum El Ma. Uno smeraldo incastonato tra le dune. Magnifico, incredibile, rimango a bocca aperta, poi mi lascio andare alle manifestazzioni ingenue del turista, facendomi fotografare accanto alla mia moto, insieme ai miei compagni, sulle rive del lago, eccetera eccetera. Credete a me, quando le esperienze della vita sono così strabilianti è facile mettere da parte l’autocontrollo dell’adulto e rituffarsi nella gioia curiosa dell’infanzia. Il tempo scorre veloce, ed all’improvviso il Desert Challenge Libia 2004 diventa un rush finale. C’è da rientrare a Tripoli, dove i miei compagni sono attesi dal volo di ritorno, da salutare i nuovi amici, da concedersi una cena a base di ottimo pesce, tutti insieme sulle rive del Mediterraneo. Una frettolosa ultima notte in hotel ed è la volta del trasferimento sui miei passi, a Djerba e poi di nuovo a Tunisi. 2.500 chilometri finali senza pensarci troppo, con la mente ai ricordi di viaggio. Sulla nave riposo assoluto. Poi, di nuovo l’Italia, da Ovest ad Est, e sono di nuovo a casa. Edi Orioli

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